lunedì, 14 Giugno, 2021

Dai vigneti del Convento di S. Maria di Nazareth rinasce il vino dei Carmelitani Scalzi

Nell’orto giardino del convento, vengono coltivate moltissime qualità di uve da cui vengono ricavati pregiati vini della Serenissima e sono la storia del Veneto

Dal 2014 il Consorzio Vini Venezia si sta occupando di recuperare tutti i vitigni presenti a Venezia e di quelli riscoperti nelle isole della Laguna, dalla Giudecca agli Alberoni, da San Lazzaro degli Armeni a Torcello -l’isola di Ernest Hemingway- passando per Sant’ Erasmo e Pellestrina.

Nella città di Venezia, sono due i vini realizzati con le uve recuperate e coltivate nell’orto-giardino del Convento Santa Maria a Cannaregio, di proprietà dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi.

Immagine di Vison/Pattaro

Il convento dei Carmelitani Scalzi

A pochi passi dalla stazione di Santa Lucia si erge imponente la Chiesa di S. Maria di Nazareth risalente al 1608 econ annesso il Convento dei Carmelitani Scalzi.

Qui i frati Carmelitani coltivano una ventina di varietà recuperate nel territorio della laguna con il proposito di salvaguardare la biodiversità viticola di Venezia.

È sicuramente un luogo speciale, in cui armonia e cura del prodotto si fondono ridando vita ai vini DOC Venezia.

Immagine di Vison/Pattaro

Ogni pianta, dalle viti alle erbe aromatiche, è disposta secondo un disegno numerico e allegorico che rimanda direttamente agli scritti del Nuovo e dell’Antico Testamento, alla dicotomia tra vita mortale e spirituale.

Il Consorzio Vini Venezia ha scoperto qualche anno fa questo prezioso tesoro, nel quale era presente un vecchio vigneto.

Dopo uno studio approfondito delle varietà presenti, sono state individuate altre varietà locali da aggiungere alla lista creando in questo modo un vero e proprio giardino che preserva tutte le qualità di vino della Serenissima.

I vini del Convento

Ogni filare di vite piantata nel giardino del monastero dei Carmelitani Scalzi, rispecchia una varietà differente.

Tra le viti di uva bianca si coltivano: Dorona, Trebbiano toscano, Vermentino, Albana, Tocai Friulano, Glera, Malvasia Istriana, Garganega, Verduzzo Trevigiano, Moscato Giallo.

Per quanto riguarda le viti a bacca nera: Raboso Veronese, Merlot, Marzemino.

Non mancano alcune varietà più curiose e rare come quelle armene e la Terra Promessa, sia da tavola che da vino, sinonimo del vitigno Uva di Gerusalemme o Nehelescol, non iscritto al Registro nazionale delle varietà di vite, ma identificata proprio nell’ orto-giardino dei Carmelitani Scalzi.

Passando per il negozietto dove i frati vendono i loro prodotti naturali, è oggi possibile ammirare il cortile e l’accesso all’incantevole brolo, soprattutto nel periodo che va da aprile ad ottobre, momento nel quale cominciano a crescere i grappoli d’uva, avviene la vendemmia e i colori si fanno brillanti ed intensi.


Inoltre, grazie alla preziosa collaborazione dell’enologo Mario Barbieri sono stati prodotti due vini pregiati, un bianco e un rosso, in 1.400 bottiglie dalla forma molto simile a quella utilizzata nel lontano passato, che hanno avuto anche l’onore di essere ospitati nel 2018 al Vinitaly di Verona.

Nell’etichetta sono riportate due immagini dei dettagli della chiesa dei Carmelitani Scalzi di Venezia: una statua del timpano e una parte del mosaico pavimentale… impossibile confonderli!

I vini dell’isola di Hemingway, il Torcello

Nel cuore della selvaggia isola del Torcello, il Consorzio Vini Venezia ha realizzato una collezione di viti, raccogliendo tutte le varietà di vite presenti nella città lagunare.

Il risultato? Una riserva genetica a cielo aperto in un’atmosfera a dir poco paradisiaca, immersa tra la struggente bellezza della laguna e tra le antiche rovine, chiesette diroccate, orti e barene dell’isola del Torcello.

Lo sapevi che…

Il termine “Carmelitani” deriva dall’antica parola “Karmel” che oltre ad indicare il monte dove ebbe origine l’ordine religioso, significa anche “giardino”!

Inoltre dentro le mura del convento, si produce anche l’Acqua di melissa, un rimedio terapeutico e digestivo la cui ricetta è stata ideata proprio dai frati dell’Ordine all’inizio del Seicento, a Parigi.

A cura di Greta Monterosso

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