lunedì, 14 Giugno, 2021

Alcuni modi di dire e simboli di Padova sono diventati significativi per capire lo spirito padovano

Stili di vita popolari o contadini che sono rimasti così vivi nell’uso comune perché senza tempo

Avete mai sentito parlare della famosa gallina padovana?
O dei grandi dottori di Padova?

Ci sono alcuni simboli e alcuni detti di questa città che se si è veneti li si conosce: ogni dialetto e ogni città sono inconfondibili per i loro modi di dire perché esprimono una sapienza millenaria e riescono a descrivere con poche parole, gli ambiti più diversi dell’esperienza e saggezza veneta!

Gallina padovana

Questa gallina, inconfondibile per il caratteristico ciuffo, viene allevata sia come razza ornamentale che da reddito, in quanto produce una buona quantità di uova e fornisce un ottima carne. La gallina Padovana si distingue per lo splendore del piumaggio e l’eleganza delle forme.

La cresta è sostituita da un ciuffo di penne molto lunghe che conferisce alla testa l’aspetto di un fiore di crisantemo nel maschio o di ortensia nella femmina. Chiamata anche “Padovana a gran ciuffo” o “gallina con la capeoza”, questa razza è stata importata dalla Polonia nel 1500 da alcuni studiosi padovani.


Grazie alla presenza di penne sul capo che sostituiscono la cresta, risultò essere una razza che tollerava il freddo più delle galline locali con una buona produzione di uova anche nel periodo invernale.
Si è quindi naturalizzata nel territorio padovano, diventando un simbolo di identità e legame con la città di Padova.

Il fantasma della Trolonga

Si narra che nella famosa torre del castello carrarese vi sia il fantasma di una delle vittime di Ezzelino, un suo nemico, che dopo essere stato torturato lungamente venne imprigionato nella Torlonga fino a quando morì di stenti o per le sofferenze derivate dalla pratica della tortura subita.

È stato avanzato a questo proposito il nome di Sarpendone, che era un valoroso guerriero, uno dei protetti di Ezzelino, che ne ammirava le doti bellicose. Era un fidato di Ezzelino, e spesso i due avevano combattuto fianco a fianco.


Sarpendone però aveva ben altre doti, e di questo se ne accorse soprattutto Selvaggia, figlia naturale di Federico II di Svevia (o forse cugina di Bianca Lancia, sua amante e madre di Manfredi), e soprattutto moglie di Ezzelino, che la sposò nel 1236, garantendosi così ottimi possedimenti terrieri e soprattutto una delle vie commerciali più importanti del periodo, la Val d’Adige.

Selvaggia si invaghì di Sarpendone, lo sedusse, e quando Ezzelino lo scoprì dapprima punì la moglie, quindi imprigionò l’uomo nella Torlonga.
Dopo averlo torturato per fargli confessare l’atto commesso con Selvaggia, Ezzelino fece mutilare il rivale nella parte virile, e quindi lo gettò nelle prigioni, lasciandolo morire di stenti e soprattutto per le gravissime ferite subite.

La gatta: simbolo di resistenza dei padovani

L’assedio di Padova nel 1509 da parte dell’Imperatore Massimilano I (Lega di Cambrai) mise a dura prova la difesa muraria carrarese.
Tutta la città lavorò per rinforzare le mura adattandole alla difesa contro un nuovo tipo di attacco: non più mura alte e sottili; ma basse, rinforzate da terrapieni e scandite da bastioni.

La nuova cinta muraria sarà lunga 11 chilometri e attorno ad essa verrà realizzato il guasto, cioè un’area vuota, praticamente rasa al suolo, vero campo di battaglia. Nonostante il terribile assedio Massimiliano I non riuscì a penetrare nella città.


Simbolo della resistenza dei padovani divenne “la gatta”; sembra infatti che in segno di oltraggio venisse calata una gatta dal bastione di Codalunga, noto come bastione della gatta. Si narrò che il condottiero Citolo da Perugia avesse alzato sul bastione murato, che ebbe poi il suo nome, una gatta legata in cima ad una lancia.

Costume antico guerresco a sfida e motteggio del gatto, la macchina da guerra degli assalitori. Rimase la gatta in rozza scultura come esaltazione della vittoria contro l’imperatore tedesco.

Restare in braghe di tela

Il detto “Restare in braghe di tela” è nato proprio a Padova?

La storia di quest’ espressione è legata alla pietra del vituperio e ai cittadini che avevano problemi di debiti e insolvenze.
Chi non poteva pagare i propri debiti doveva passare per il tribunale, che si trovava all’interno dello splendido Palazzo della Ragione.

All’ombra del palazzo i bar delle piazze sono oggi una meta obbligata per l’aperitivo padovano.
Nulla lascia intendere che, in tempi antichi, i poveretti condannati per insolvenza dei propri debiti dovevano spogliarsi di tutti i loro averi restando letteralmente in braghe di tela, cioè in mutande.

E con questa mise venivano issati con delle corde e lasciati cadere su una pietra, che per l’occasione è stata battezzata col nome di “pietra del vituperio”. Vituperio significa infamia, grande disonore, insulto. La pietra del vituperio, che ai tempi si trovava in Piazza della Frutta, ora si trova all’interno del Palazzo della Ragione.

La prima donna laureata al mondo

Elena Lucrezia Cornaro Piscopia era il nome della donna che sfidò le autorità del tempo laureandosi nel 1678 all’Università di Padova, divenendo così la prima donna laureata al mondo.
L’evento fu talmente tanto rivoluzionario che ancora oggi si trovano targhe in onore di Elena Lucrezia.

Figlia di un nobile della Repubblica di Venezia che ne favorì in tutti i modi l’educazione, a diciannove anni, proseguendo gli studi di filosofia, teologia, greco, latino, ebraico e spagnolo.


Ormai nota agli studiosi del tempo, a partire dal 1669 fu accolta in alcune delle principali accademie dell’epoca. Quando il padre chiese che la figlia potesse laurearsi in teologia all’Università di Padova, il cardinale Gregorio Barbarigo si oppose duramente, in quanto riteneva “uno sproposito” che una donna potesse diventare “dottore”, perché avrebbe significato «renderci ridicoli a tutto il mondo».

Nel 1678, a 32 anni, ottenne finalmente la laurea, conseguita però in filosofia e non in teologia, come avrebbe voluto. Non poté, in quanto donna, esercitare l’insegnamento.

Questo traguardo non rappresentò una spinta alla parità del diritto allo studio per le donne; si sarebbe dovuto aspettare fino al 1732 per la laurea in Italia di un’altra donna, la fisica bolognese Laura Bassi.

Padovani gran dottori!

L’Università degli Studi di Padova vanta numerosi primati:

  • E’ la seconda più antica d’Italia (venne fondata nel 1222)
  • E’ stata la prima al mondo ad accettare studenti ebrei che erano normalmente chiusi nei ghetti.
  • Lucrezia Corner Piscopia fu la prima donna a laurearsi al mondo e lo fece proprio nelle aule dell’università di Padova, quando alle donne era preclusa l’istruzione, nel 1678.
  • Nella sede di Palazzo Bo si può ammirare il primo teatro anatomico del mondo, ovvero il primo laboratorio per le autopsie per i medici. Qui era docente Galileo Galilei e Gabriele Falloppio quì studiò le tube che hanno preso il suo nome.
  • E’ stata l’unica università ad essere premiata con la medaglia d’oro per i meriti dei suoi studenti durante la Resistenza.

Lo zoccolo del diavolo del Santo

Sul lato sinistro della Basilica ci sono due elementi un po’ strani. Tra le decorazioni religiose, infatti, accanto alle cupole, appare una croce rovesciata e più in basso un segno a forma di ciabatta.
Una leggenda racconta che in quel lato della Basilica era intervenuto il diavolo in persona e che quindi avesse voluto imprimere  sui mattoni  l’impronta di uno dei suoi zoccoli.

In realtà, a meno che il diavolo non girasse in ciabatte questa non sembra proprio un’impronta di zoccolo, bensì una ciabatta. La presenza di questo segno ha due versioni verosimili.

La prima lo fa risalire al tempo della costruzione della Basilica.


Infatti a causa della grandezza dell’edificio i soldi dalla curia non bastarono alla sua ultimazione; quindi i lavori vennero portati a termine solo grazie al contributo dell’associazione dei ciabattini padovani che vollero lasciare testimonianza del loro intervento.

La seconda versione invece dice che sarebbe stato un ciabattino che aveva bottega lì vicino che voleva approfittare del “Santo” per farsi un po’ di pubblicità gratuita.

A cura di Ilenia Pennacchio

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