lunedì, 14 Giugno, 2021

Le leggende e i miti che popolano le Dolomiti bellunesi

La bellezza della città di Belluno, “la città splendente”, che ha ispirato miti, leggende e altre storie misteriose, da sempre raccontate nelle Dolomiti.
Un tesoro prezioso per il folklore italiano!

Da dove deriva il nome ”Belluno”?

Belluno è una città a misura d’uomo ricca di storia, che ha potuto conoscere l’influenza di molti popoli e culture, come dimostrano le sue origini, sebbene sorga in una zona montuosa dal clima non molto generoso.

La città è infatti completamente abbracciata per l’intero perimetro dalle famose e possenti Dolomiti e dalle Prealpi venete e, secondo alcune medie storiche, è considerato il capoluogo di provincia più freddo presente sul territorio italiano.

L’origine del suo nome è una questione che ha fatto discutere molto. Secondo il gruppo di ricerca toponomastica della Sinistra Piave, il nome di Belluno compare già in epoca romana nella ”Naturalis Historia” di Plinio il Vecchio, nella forma Bellunum.

In realtà il nostro Belluno sarebbe una contrazione del nome celtico Belo-dunum, dove dunum ha il significato di “rocca”, corrispondente al latino oppidum, mentre Bel è una radice piuttosto diffusa nei nomi di divinità con il significato di ”splendente”, ”brillante”.

Ecco svelato il perché Belluno sia anche conosciuta con l’appellativo di ”città splendente”.

Miti e leggende delle Dolomiti Bellunesi

”Con i valloni deserti, con le gole tenebrose, con i crolli improvvisi di sassi, con le mille antichissime storie e tutte le altre cose che nessuno potrà dire mai”.
Dino Buzzati, Bàrnabo delle montagne

Le parole dello scrittore Dino Buzzati, originario proprio di Belluno, risvegliano le creature fantastiche che abitano queste silenziose valli, apparentemente dormienti ma che in realtà sono teatro di suggestive storie e leggende.

Il folletto Mazarol è uno dei protagonisti della valle del Piave: vestito di rosso, con il tipico cappello a punta e il bastone nodoso impugnato, sembra godere nel prendersi gioco degli abitanti del luogo.

In realtà si narra che i pastori bellunesi, osservandolo di nascosto, abbiano imparato proprio da lui i segreti dell’arte casearia, pena la perdita della memoria!


Nei pressi di Perarolo di Cadore invece si trova nel bosco una stretta cavità nella roccia da cui fuoriesce un’aria gelida, dove si racconta che abitassero le Anguane, creature femminili apparentemente belle ed attraenti ma piuttosto spaventose.

Una volta sedotta la loro vittima infatti, rivelano la loro natura ibrida: i loro piedi sono simili in tutto e per tutto a quelli di una capra.

Prediligono le sorgenti sotterranee, dove il rumore dell’acqua e del vento si fondono in un unico e inquietante sussurro, proprio come le sirene di Omero, in questo caso dolomitiche però!

Metamorfosi magiche

Anche alcuni elementi naturali del luogo– come certe montagne o specchi d’acqua- altro non sono che la trasformazione di personaggi leggendari, come il re Sorapìs, tramutatosi in montagna a causa di una figlia troppo viziata, Misurina.

Dalle molte lacrime che versò nemmeno la dura roccia poté impedire che due rivoli d’acqua scendessero da i suoi occhi ormai privi di vita andando a formare proprio il Lago di Misurina, nel quale il Monte Sorapìs si specchia.

Spera di ritrovare lo sguardo della figlia lontana per sempre

 

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Un’altra storia, di origine cristiana racconta la particolare forma del monte Pelmo situato tra le montagne di Cortina e conosciuto dalle genti del posto come el Caregon del Padreterno, ossia ”il trono di Dio”.

Si dice che Dio, quando scese in Italia durante la creazione, cominciò a plasmare prima le Alpi ma non essendo del tutto soddisfatto, pensò di plasmare anche delle altre montagne, diverse, più caratteristiche.

Creò così le Dolomiti, capaci di riflettere i raggi del sole e al tramonto colorarsi dei loro caratteristici veli rosati. Quando Dio, poi, volle riposarsi, dovunque vedeva che cime appuntite.


Si decise, perciò, a compiere un’ultima impresa e con l’ultima dolomia rimasta, ne manipolò la vetta a mo’ di…poltrona!

Quel monte era proprio il monte Pelmo, da cui seduto poté ammirare compiaciuto la sua opera: dalla Marmolada alle Tofane, dal Cristallo alle Tre Cime di Lavaredo, dal Peralba all’Antelao.

A cura di Greta Monterosso

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